Non sempre i ribelli

possono cambiare il mondo.

Ma mai il mondo potrà cambiare i ribelli

(Alain de Benoist)

sabato 18 maggio 2019

MILANO 20 MAGGIO 2017


Questa mattina dirigenti e militanti di Avanguardia Nazionale, presso il Cimitero Maggiore hanno ricordato con il tradizionale rito del presente la figura di Salvatore Umberto Vivirito,  militante di Avanguardia Nazionale, caduto sul campo dell'onore in occasione del quarantennale della sua tragica scomparsa. All'evento erano presenti delegazioni di Avanguardia di tutta Italia









Milano 19.05.1977 - Durante il periodo degli anni di piombo, a Milano, vi fu un luogo, Piazza San Babila, considerato l’avamposto del neofascismo milanese. Da lì, per i militanti, il nome di “Sanbabilini”. Il richiamo, fu soprattutto per le caratteristiche storiche. Infatti, la Piazza, era costruita in larga parte da architetture risalenti agli anni trenta in piena epoca fascista. Una nuova generazione, che, pur mantenendo un minimo legame con il Movimento Sociale Italiano, decise di seguire la strada della piazza. Alcuni bar furono utilizzatati come sede organizzativa. Lo zoccolo duro era formato da Gianni Nardi, Rodolfo Crovace, Giancarlo Esposti e soprattutto Salvatore Umberto Vivirito. Tutti simpatizzanti e molto vicini ad Avanguardia Nazionale e poi Ordine Nuovo. Salvatore Vivirito, protagonista in
numerose attività politiche e non, fermato e arrestato più volte dalla Polizia, fu uno degli elementi, insieme a Esposti, che nel maggio 1974 tentarono di organizzare il famoso golpe in tenda. I quattro, per evitare l’arresto, decisero di fuggire verso l’Italia centrale. Dopo vari spostamenti giunsero, per sentieri tortuosi, nella provincia di Rieti, a Pian del Rascino. Piantarono le tende e cercarono di elaborare le strategie per il golpe. Dopo alcuni
giorni, Esposti, prima di raggiungere Roma per acquistare altre armi e cartine particolareggiate di Pian del Rascino, lasciò sulla strada statale 17 Salvatore Vivirito, che, tra autostop e treni, riuscì a tornare in tempo a Milano per firmare il registro dei sorvegliati speciali. Fu il loro ultimo incontro. L’accampamento fu individuato dai carabinieri e durante l’arresto ci fu un conflitto a fuoco dove perse la vita proprio Esposti. Stessa sorte, tre anni dopo, 19 maggio 1977, per Salvatore Vivirito, durante una rapina per autofinanziamento, rimase ucciso da un colpo di pistola esploso però dal proprietario di una gioielleria a Milano.


la prima firma è di Vivirito 

1 GIUGNO 1974




IL LUOGO DEL FERIMENTO DI VIVIRITO


IL TESTO È TRATTO DAL LIBRO “SANBABILINI LETTERE STORIE E RICORDI”
 DI PIERLUIGI ARCIDIACONO

UMBERTO VIVIRITO – L’ALTRUISTA
«Ricordo che andavo ancora alle Scuole Elementari e quando tornavo dalle lezioni, a volte, sotto il portone di casa c’erano i Carabinieri. Tante volte lo vedevo, con labarba, mentre partiva a razzo con la sua moto...»
 Tony

«...quando fu ferito si rifugiò qui (trovarono il portone sporco di sangue) e fu la sorella, che era infermiera, a consegnarlo in ospedale, dato l’aggravarsi della situazione. Purtroppo in ospedale “non furono tenerinei suoi riguardi”.»
Tony

Nei ricordi di Tony – il bambino che viveva dirimpetto alla famiglia Vivirito, in via Uruguay 7 a Milano – non vi è solo l’affascinante moto che parte sotto casa rombando, ma c’è anche la propria mamma arrabbiata, che “bussa” pugni sulla parete di camera: «Il buon Salvatore (nome che lui non gradiva, perché, diceva: “Mi fa troppo terrone.”) aveva l’abitudine di tenere la radio o lo stereo acceso in compagnia di qualche amico.», forse con il volume della musica unì po’ alto. Tipico di quegli anni. In ogni caso Umberto Vivirito era da giovane un ragazzo decoroso di quelli che non buttano nemmeno una carta in terra. La sua famiglia, siciliana, gli aveva impartito una buona educazione, tradizionale, come si usava una volta. Quando Umberto stava per dire qualcosa che gli stava a cuore sorrideva e gli brillavano gli occhi e, di solito, non parlava mai a sproposito. Era un ragazzo allegro che cercava sempre la battuta, pur rimanendo nella compostezza delle sue maniere per bene, ma i tempi erano quelli che erano... Ancora nei ricordi di Tony, c’è «un giorno», sempre tornando dalle Elementari, «era un sabato e ci fu un aggressione sotto casa. Colpirono un suo amico che usciva dal portone (con un ceppo di legno della siepe), arrivai poco dopo il fatto e c’era sangue dappertutto e ’sto grosso legno insanguinato. Quell’episodio mi condizionò a tal punto che scelsi in futuro da che parte stare. ma questa è un’altra storia...». Così, in quel clima, anche Umberto (Salvatore) Vivirito entrò a far parte della spirale di violenza e finì, come molti amici, anche in carcere. Ma quando ne uscì e i suoi camerati rimasero dentro divenne cupo. Era rimasto solo, ma specialmente non sopportava di essere l’unico libero. Andava a trovare i suoi amici ai processi ed era assiduo nel domandare se avessero bisogno di qualcosa. Vivirito, in verità, non amava la violenza (anche se in quegli anni era difficile restarne lontani, per chiunque volesse sopravvivere), eppure finì ucciso con una pallottola nel fegato, colpevole di una rapina a una gioielleria in cui, a sua volta, uccise sul colpo il titolare che aveva reagito. La detenzione in “collegio” (come alcuni ex detenuti definiscono il carcere) lo aveva cambiato. Quella rapina l’aveva tentata per prepararsi a “rendersi utile” ai suoi camerati. Un delatore dichiarerà (in futuro) che Umberto Vivirito (così come Marco De Amici) era anche di “Alleanza Cattolica” e quando fu chiesto di espellerlo Marco Invernizzi si oppose.
L’immagine di Umberto Vivirito altruista, vive nei ricordi di Mario Di Giovanni che, per amicizia nei nostri confronti, si apre ad alcuni ricordi: «I rapporti con Umberto sono sempre stati, nostro malgrado, discontinui. Mentre io ero attivista della “Giovane Italia” in corso Monforte, lui era attivista del “Comitato Tricolore”, esterno al partito. Quando aderii ad “Avanguardia Nazionale”, lui, che vi era entrato prima di me, era già in galera. Quando tornò libero la nostra avventura in “Avanguardia” raggiunse il momento di maggior tensione e gli eventi ci allontanarono nuovamente. Il tempo passato insieme fu però significativo, segnato da un’amicizia “di pelle” rafforzata da sentimenti comuni: l’attaccamento alla famiglia, l’inquietudine di vita, la passione politica. I ricordi sono molti ma non andrò oltre qualche graffito, giusto perché l’amico Pierluigi, l’unico al quale interessino, me lo ha chiesto.». Il primo ricordo di Mario Di Giovanni riguarda il periodo di detenzione e proprio in questo ricordo emerge l’altruismo di Vivirito: «Cella di isolamento del Carcere di Rieti, 1974. Lo spioncino, attraverso il quale il personale di custodia controllava il detenuto (che in questo caso ero io) era costituito da un minuscolo vetro incassato nella muratura. Lo spioncino dava sul corridoio che i detenuti percorrevano per recarsi in cortile, nelle ore d’aria. La sorveglianza non era straordinaria,così Umberto, che non era “isolato”, aspettava che tutti i detenuti fossero passati per accostarsi allo spioncino per fare due chiacchiere e darmi notizie (una peggiore dell’altra). Così facendo, rinunciava però all’aria. Il richiamo di Umberto, sottovoce, spezzò molte volte il silenzio della mie giornate fino a che, improvvisamente, non lo sentii più, e capii che era stato trasferito senza preavviso.». Il secondo ricordo emerso dai ricordi di Mario Di Giovanni riguarda un momento più sereno, se così si può dire, avvenuto un anno prima della detenzione nel Carcere di Rieti, nel 1973. Di Giovanni e Vivirito sono in vacanza al mare, ma anche lì si trovano a dover fare i conti con i loro nemici: «Avevamo trascorso una breve vacanza sull’Adriatico: una sera in moto, in maglietta, “surgelati” da un inaspettato abbassamento della temperatura aggravato dalla velocità della moto. Rimedio: rincorsa di un autobus in servizio notturno e posizionamento a pochi centimetri dal tubo di scappamento, per ricavarne calore, accompagnato da una quantità industriale di ossido di carbonio. Nel corso della vacanza, la bella scoperta di ritrovare, nella stessa località e non lontano dal nostro albergo, il capo degli attivisti di “Lotta Continua” di Pavia, organizzazione extraparlamentare con la quale mi ero scontrato nella locale università, dove ero studente. La ragionevole ipotesi che non fosse solo non era questione secondaria, perché, appena riconosciuti, io e il
compagno ci eravamo reciprocamente minacciati. Così, a buon conto, fuori dalla valigia il serramanico “di ordinanza” che, come da definizione, non ci abbandonava mai, e poi uno a guardare le spalle dell’altro. Anche al mare. Infine, il ritorno a Milano prendendolo larghissimo, a Est, dalle Valli di Comacchio. In moto, una curva tra due filari fitti di alberi, verso il tramonto. Un raggio di Sole che filtra dai rami. Questa immagine non mi ha più mollato, da quarant’anni.».

Ecco, di seguito, un ricordo di Cesare Ferri:
«Il 19 maggio 1977 moriva Umberto Vivirito. Un camerata coraggioso, impertinente e spesso ironico: ti buttava lì la sua frasetta con un mezzo sorriso sulle labbra e allora non potevi fare a meno di sorridere anche tu dandogli però del pirla. Non viene quasi mai ricordato, Umberto, perché anche tra noi c’è chi divide i morti in presentabili e impresentabili. No, per me no, tutti i miei camerati morti sono non soltanto presentabili, ma anche degni di stima e affetto. Potevano avere un’esistenza normale, preparare le basi per un proprio futuro comodo e quindi non rischiare d’essere destinati alla condanna sociale, invece hanno scelto di lottare mettendo in gioco la vita. E l’hanno persa. C’è chi la perde ogni giorno tirando a campare o inseguendo miti di cartapesta, e c’è chi l’ha persa o è disposto a perderla per un ideale. Umberto l’ha persa per un ideale. Onore a lui.».
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 Nel “Rapporto sulla VIOLENZA FASCISTA in Lombardia” pubblicato nel Febbraio del 1975

 Vivirito appare soltanto due volte. Nel primo caso (pagina 62) si tratta di una aggressione del 23 Novembre 1972 in cui egli è coinvolto nell’accoltellamento di uno studente insieme ad Alessandro D’Intino, Michele Rizzi e Riccardo Manfredi (i quattro saranno rinviati a giudizio per concorso in tentato omicidio il 3 Gennaio 1973). Nel secondo caso (pagina 88), il 27 Ottobre 1973 (la fonte è “l’Unità” del giorno seguente): «Due giovani di “Lotta Continua” aggrediti e feriti da una ventina di fascisti armati di spranghe coltelli e bottiglie incendiarie. Fermati quattro aderenti a “Avanguardia Nazionale”: Salvatore Vivirito, Domenico La Medica, Costantino Corsini e Bruno Peterlongo.».

MILANO 6 DICEMBRE 1972
Avanguardia Nazionale sola contro la reazione marxista e borghese

I militanti Nazonal Rvoluzionari : Umberto Vivirito, Alessandro D'Intino, Riccardo Manfredi e Michele Rizzi, furono aggrediti in via Torino da una moltitudine di picchiatori, rampolli della borghesia della cosiddetta Milano bene.
Gli Avanguardisti si difesero con valore fino allo stremo. Riccardo Manfredi si comporto' da leone in soccorso dei camerati .
La stampa del sistema, spudoratamente scrisse ' di vile "aggressione fascista"
Una masnada inferocita contro quattro "Leoni" !
I camerati feriti e malconci furono arrestati e rinchiusi nel carcere di San Vittore, seppur minorenni.
Radunai i militanti Milanesi di A.N. ed organizzai una protesta dinanzi a San Vittore. Giancarlo Esposti in quel periodo era "ospite" di San Vittore. Con gli altri camerati richiusi esposero uno striscione con la Runa di Othal.
AVANGURDIA VIVE !


16 GENNAIO 1973















 LA STAMPA 22 MAGGIO 1977 

LA STAMPA 23 MAGGIO 1977

LA STAMPA 24 MAGGIO 1977

UNITA' 24 MAGGIO 

24 MAGGIO 1977 " LA STAMPA"
Manovale del terrorismo
"E' morto portandosi dentro molti segreti di una vita violenta : Salvatore Vivirito detto "Umberto", 22 anni, manovale del terrorismo fascista, magliaro invischiato nel giro dei trafficanti d' armi, dei tramisti neri, degli attentatori. Preso dagli uomini della Mobile venerdì 20 maggio con una pallottola in corpo è spirato in ospedale dopo una operazione chirurgica che pareva riuscita, prima che il magistrato inchiodarlo alle responsabilità di un assassinio. "Umberto" aveva una ferita al torace. Interrogato disse che era stati "avversari politici" a sparagli contro. Ha negato fino all' ultimo poi è morto. I molti segreti e le molte verità che Vivirito si porta nella tomba lo riguardano direttamente, da quando aveva 16 anni e scelse la strada della violenza, legandosi al mondo lombardo dei fascisti. " Comitato Tricolore", "Avanguardia Nazionale", "Squadre d' azione Mussolini", Mar di Carlo Fumagalli. Passo per passo aveva percorso la strada di manovale, ripagato dal denaro facile: vestiti, motociclette potenti, armi a volontà. I rischi erano grossi ma Salvatore li affrontava con apparente indifferenza: in un modo o nell' altro ne usciva (...). Vivirito era nel giro dei Sanbabilini, conosceva i bombardieri della Valtellina, i neofascisti di Brescia (...).
Chiude la cartellina, non va oltre: giornalisti schifosi.
(Tratto da Indian Summer '70 - c' era una volta San Babila )


MILANO, via ADIGE e dintorni, l'ultima trincea
AVANGUARDIA NAZIONALE, in Milano, ebbe la sede in via Adige
Cercavamo l'isola che non c'era. Come naufraghi in un mare tempestoso, ci ritrovammo nella nostra "Neviuras". L'elenco del branco dei Ribelli Nazional-Rivoluzionari è portentoso. Alcuni sono caduti sul campo dell' Onore, altri sono stati stroncati dalle ferite causate dalle carcerazioni e dalle angherie della repressione. L'ultima volta che incontrai Alessandro D'Intino, eravamo incarcerati a Rebibbia per il processo ad A.N, da tempo anche lui è andato avanti. Pier Luigi Pagliai, assassinato dallo Stato, ahimè, é ricordato da pochi. Di Riccardo, Umberto, Giancarlo, tutti affermano di averli frequentati, anche i neonati e nascituri di allora. Di altri si son perse le tracce. Alcuni millantatori, sui social ostentano la militanza in Avanguardia. Mai conosciuti allora. Alcuni addirittura non erano neanche nati nel 1970.Dopo l'andata avanti di Umberto, abbiamo sciolto le righe e ho perso molti contatti. Ancor oggi numerosi ribelli di allora, sono cauti e vivono con l'angoscia della repressione sempre imminente. E' riduttivo ostentare P.zza San Babila come unico baluardo della Milano che non si era uniformata ai diktat del sistema dell'arco costituzionale anti fascista. San Babila era frequentata anche da personaggi ambigui e informatori della Questura. I Nazional-Rivoluzionari, decisero di non frequentarla, dopo i fatti di via Bellotti. Almirante, dopo i tragici accadimenti di via Bellotti, si recò in P.zza San Babila, scortato dai suoi fedeli scagnozzi del M.S.I "Auspicava la doppia pena di morte per i NAZIONAL-RIVOLUZIONARI" Scordava di aver fatto richiesta ai"San Babilini". Il sostegno alla Manifestazione indetta dalla Maggioranza Silenziosa e vietata dal Viminale all'ultimo momento per provocare incidenti e l'aggressione effettuata dalla Celere nei confronti dei manifestanti. La polizia quel giorno sparò ad alzo zero con fucili e pistole di ordinanza. Post mortem, sarà pubblicato un mio romanzo di vita , di speranze e utopie. "Milano via Adige e dintorni, l'ultima trincea" Saranno narrati momenti di vita, di lotta e di cameratismo dei nostri verdi anni. Significativo un episodio. "i giorni e le notti, trascorsi per tentare di strappare un camerata dal demone della tossicodipendenza...Cameratismo a 360 gradi, quando Domenico ebbe il cranio sfondato dalle democratiche AZ36 e nessun ospedale voleva accoglierlo. E noi ad assisterlo e difenderlo dai criminali protetti e impuniti che volevano ucciderlo a tutti i costi. "UCCIDERE UN FASCISTA NON E'REATO,,," Dal 1945 è prassi democratica. Un capitolo in particolare, sarà dedicato ai numerosi avvocati, che con sprezzo del pericolo e con assoluta dedizione, ci riservarono la loro straordinaria e cameratesca difesa. Racconterò del leone "Riccardo" quando in via Torino, si difesero fino allo stremo da una moltitudine di "giovani democratici del Cattaneo" che volevano ucciderli. Con lui, gli altri leoni erano: Umberto, Michele ed Alessandro. Doveroso spazio, sarà concesso al ruolo delle nostre care ausiliarie. Mamme, mogli, fidanzate e amiche. Cito, Cristina, sorella di Umberto. sempre al nostro fianco anche nei momenti più drammatici. E Tiziana la "Cocodrilla". Nel periodo in cui eravamo braccati, girava sempre con il suo inseparabile cuscino personale. Ci riposavamo dove capitava.  E quelli di Autonomia Operaia, abbagliati e affascinati dal nostro invito ."Studente e lavoratore, per una autentica Lotta Nazional-Rivoluzionaria, contro lo schiavismo marxista e della borghesia reazionaria, unisciti alla nostra battaglia !" E quando al Cimitero Maggiore di Milano, durante l'ultimo saluto ad Umberto, gli sgherri che mi braccavano, mi catturarono e fui rinchiuso per 30 giorni in uno stanzino della Questura senza potermi lavare, prima di essere trasferito al Grand Hotel "San Vittore." Antonio, fu rinchiuso in un altro stanzino. Purtroppo, con l'incendio della mia abitazione sono andati distrutti appunti , note, manifesti e volantini di allora. Cerco di ricostruire con la memoria, se mi aiuterà Come ha sottolineato il Capitano, "Nessuno di Noi si e' pentito, poiche' non abbiamo nulla di cui pentirci" (Quanti ricordano via Adige ?) Ad maiora.
Stefano Trentin